Esther Anderson/Gian Godoy – Bob Marley: The Making Of The Legend

SUNNY VIBES. January 9, 2012

La sensazione creata dall’uscita di questo documentario è legata al fatto che contiene immagini inedite dei Wailers girate in Giamaica intorno al 1973 prima che uscisse ‘Catch a fire’ e quindi parecchio tempo prima del raggiungimento della enorme fama da parte di Bob Marley.

La sua autrice Esther Anderson (il film è co-firmato anche dal cineasta cileno Gian Godoy) è un’attrice e regista giamaicana che tra la fine degli anni sessanta e l’inizio degli anni settanta ha lavorato alla Island di Chris Blackwell al seguito della carriera di artisti come Millie Small, Owen Gray, Derrick Morgan, Desmond dekker, Jimmy Cliff ed i Traffic: proprio ad un party legato alla promozione americana di questo gruppo conobbe nel 1973 Bob Marley a cui si legò ben presto in una relazione.

Oltre a recitare Esther aveva ambizioni di cineasta sperimentale e venuta in possesso in quei giorni di uno dei primissimi modelli di videocamera Sony dal regista giamaicano Dickie Jobson decise di realizzare un film sui Wailers integrandolo anche con immagini girate in pellicola Super8. Purtroppo però al ritorno del tour inglese a supporto di ‘Catch a fire’ Esther scoprì che tutto il materiale girato era sparito dalla stanza del quartier generale della Island a 56 Hope Road (quello che ora è il Bob Marley Museum di Kingston).

A distanza di più di trentacinque anni è tornato alla luce in modo rocambolesco il girato magnetico proveniente dalla videocamera che ora costituisce l’ossatura centrale di questo documentario messo insieme in modo indipendente e senza alcuna connessione con chi ora amministra l’impero economico legato alla memoria musicale della prima superstar del terzo mondo. Iniziamo col dire che si tratta di immagini in bianco e nero di breve durata e segnate decisamente dal tempo che occupano una porzione limitata di ‘The making of a legend’: in una lunga sequenza Esther chiacchiera con Bob Marley e Peter Tosh in una stanza di 56 Hope Road fissando ai posteri un classico reasoning giamaicano condito dagli immancabili enormi spliffs. Sia Bob che Peter non hanno ancora i dreadlocks ed il loro aspetto è assai diverso da quello che tutti conoscono, i loro visi magri ed affilati.

Ci sono anche alcune sequenze girate ad una gita alle cascate del Cane River con i rilassati e sorridenti Wailers che ridono e scherzano nell’acqua tra i massi del fiume ma la parte di gran lunga più emozionante riguarda una seduta di prove ripresa a 56 Hope Road. Immagini evanescenti inquadrano il viso di Bob con i capelli afro chino sulla chitarra mentre suona e discute di accordi con Peter e Bunny. (…) A corredo di queste brevi sequenze una lunga intervista di Esther racconta estesamente la sua storia con Bob Marley ed il suo importante contributo alla musica ed alla estetica dei Wailers: a quanto sembra fu lei ad aiutare Bob a comporre molti dei brani di ‘Catch a fire’ e ‘Burnin’ ed a suggerire al gruppo di incorporare nella musica suoni Nyabinghi ed elementi di matrice Rastafari.

Alcuni dei suoi racconti suonano controversi e discutibili come per esempio la genesi di ‘I shot the sheriff’: secondo la Anderson Bob non contento del fatto che lei usasse contraccettivi attribuisce simbolicamente il ruolo dello sceriffo John Brown della canzone al di lei ginecologo le cui prescrizioni mediche gli avrebbero impedito una ulteriore paternità con lei. In una clip tratta dalla televisione giamaicana JBC negli anni settanta Esther parla in un’intervista dell’importanza culturale del cinema e la relativa economicità di cineprese super8 e telecamere ed invita i giovani giamaicani ed esprimere la loro realtà attraverso films e documentari.

Anderson e Godoy tornano di nuovo in Giamaica a filmare a distanza di più di trent’anni i luoghi dove ebbero luogo quelle vicende ed a ri-incontrare amici come il pittore Ras Daniel Hartman o Countryman che fecero parte dell’entourage dei Wailers in quei giorni. Le loro interviste contribuiscono in modo importante al ricordo di quei giorni prima del grande successo dei Wailers e successivamente di Bob, Peter e Bunny separatamente. Durante questo periodo al seguito dei Wailers Esther ha scattato anche molte foto (è suo per esempio il famoso scatto del retro di copertina di ‘Burnin’) e molte sue belle immagini quindi corredano il documentario: le migliori riguardano una sequenza a colori con Bob impegnato a cambiare una ruota ad un’auto durante una gita nel country giaamicano.

Il pregio di questo ‘Making of a legend’ è sicuramente il riportare alla luce immagini importanti seppur di non buona qualità e di raccontare in modo originale un passaggio importante della vita e della carriera di Marley mentre il difetto è il fornire solamente una faccia della storia isolandosi da altre testimonianze, anche se questo aspetto è dovuto sicuramente anche al fatto che questo film è prodotto in modo indipendente ed è praticamente stato ignorato (se non boicottato) da ora chi amministra l’immagine ufficiale di Bob Marley.

Bob Marley film

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